Il nuovo rito Fornero: applicazioni pratiche dal Tribunale di Venezia

Come noto, a seguito dell’entrata in vigore della Riforma Fornero è stato completamente rivisitato l’assetto normativo che – per circa 40 anni – ha disciplinato i rapporti di lavoro; in particolare, la Riforma ha toccato sia la c.d. “tutela reale” modificando profondamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, sia il processo del lavoro, creando un rito esclusivo e specifico per le sole controversie aventi ad oggetto l’accertamento della legittimità o meno del licenziamento: un rito nuovo, ad istruttoria sommaria, e dichiaratamente più snello e rapido.



Proprio la nascita di questo nuovo rito “veloce” ha sollevato più di un dubbio, sia per ragioni squisitamente pratiche connesse alla reale esigenza di nuovo rito che nei fatti, invero, finisce per essere un inutile doppione del rito “classico”, sia per ragioni di mero diritto processuale connesse al regime di prescrizioni e decadenze che governa da sempre il processo del lavoro; un giudizio più compiuto lo si potrà esprimere solo tra qualche mese, all’esito di quei giudizi che sono ad oggi pendenti e dai quali si avranno indirizzi chiari sull’efficienza o meno della Riforma.



Nella giurisprudenza di merito, tuttavia, iniziano già ad emergere alcune interessanti posizioni e tra queste risulta di particolare interesse l’ordinanza 2 ottobre 2012 con cui il tribunale di Venezia ha deciso in merito ad una controversia introdotta ai sensi del nuovo art. 19, l. 300/1970: prima di analizzarne il contenuto, però, è opportuno un rapido inciso su tale rito “veloce” di cui si sta trattando e su quali problemi pratici pone agli operatore del diritto.

                       

LA RIFORMA FORNERO ED IL NUOVO RITO “VELOCE”

                       

Il nuovo rito Fornero si applica a tutte le controversie relative a rapporti di lavoro assistiti dalla c.d. “tutela reale” ovvero i casi in cui il Giudice del Lavoro possa disporre, all’esito del relativo giudizio, la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro; con la Riforma si è voluto fornire una corsia preferenziale a tutte queste controversie per le quali sono previsti, pertanto, tempi di “reazione” molti più rapidi e che dovrebbero determinare una più rapida decisione.

Brevemente, la parte che intende agire in giudizio per ottenere l’accertamento della illegittimità del licenziamento comminato dal datore di lavoro deve seguire due fasi distinte:

a) una prima, necessaria, volta ad assicurare una tutela urgente del lavoratore che si conclude con una rapida decisione del giudice di accoglimento o rigetto della domanda;

b) una seconda, eventuale, di impugnazione della precedente decisione del giudice e che si instaura ai sensi e per gli effetti del vecchio art. 414 c.p.c., non modificato e comunque valido per tutti gli altri giudizi.

La prima fase è quella del nuovo rito e la procedura, in questo caso, si apre con un ricorso al tribunale del lavoro, con il quale di lavoratore agisce contro un licenziamento o per la corretta qualifica del proprio rapporto di lavoro; depositato il ricorso, il giudice è tenuto a fissare l’udienza entro 40 giorni ed è compito del ricorrente notificare il ricorso, unitamente al decreto di fissazione di udienza, entro 10 giorni dalla data di pronuncia del decreto e comunque 25 giorni prima dell’udienza fissata: ricevuto il ricorso, la controparte si può costituire in giudizio tramite una memoria difensiva che può depositare nella cancelleria del giudice fino a 5 giorni prima dell’udienza di prima comparizione.

                        Il ricorso viene redatto secondo le forme dell’art. 125 c.p.c. e quindi dovrà contenere l’indicazione di: (i) ufficio giudiziario; (ii) parti e oggetto; (iii) le ragioni della domanda e le conclusioni o l’istanza; (iv) sottoscrizione del difensore o della parte, se sta in giudizio personalmente.

Il giudice ha sempre la piena direzione del processo che, in questo caso, seguirà la falsa riga dei procedimenti cautelari ex art. 700 c.p.c. in quanto si potranno sentire informatori o chiedere eventuali esibizioni documentali, senza che ciò comporti quelle preclusioni e decadenze tipiche del giudizio “classico”; presumibilmente, il rito si chiude in un’unica udienza, e la causa viene definita con ordinanza motivata che può essere impugnata entro 30 giorni dalla comunicazione (anche via fax o email): tale impugnazione viene effettuate nella seconda fase e si introduce con un ricorso ex art. 414 c.p.c.

A questo punto il dubbio che sorge è il seguente: cosa accade alla parte che, in buona fede, sbaglia ed utilizza il rito Fornero quando non è possibile? Che rapporti intercorrono tra l’ordinanza di inammissibilità della domanda ai sensi della l. 92/2012 e la decadenza del termine perentorio di 180 giorni per l’iscrizione a ruolo di un giudizio ex art. 414 c.p.c.? la sentenza veneziana ci viene in aiuto.

 

LA POSIZIONE DEL TRIBUNALE DI VENEZIA

           

Aderendo all’interpretazione più rigida della Riforma, e negando ogni possibilità di mutamento del rito da “veloce” a “classico” per così dire, il Tribunale di Venezia con ordinanza 2.10.2012, est. Bortolaso, ha così deciso (si riporta la massima):

“Premesso che si tratta di azione promossa nelle forme del rito speciale ex art. 1, cc. 47 ss., legge n. 92/2012; rilevato che – secondo quanto espressamente ammesso dalla ricorrente alla luce delle difese e produzioni documentali avversarie – difetta per tale rimedio (tutela reale) il requisito numerico dei più di 15 dipendenti all’epoca del licenziamento; ritenuta quindi l’infondatezza del ricorso; ritenuta quanto alle spese di lite la sussistenza dei motivi per l’integrale compensazione in ragione del fatto che la ricorrente non aveva la disponibilità dei dati per ricostruire in modo preciso la consistenza numerica dell’organico; visto l’art. 1, c. 49, legge n. 92/2012, rigetta il ricorso; compensa integralmente tra le parti le spese del procedimento”.

Nella pratica quotidiana, infatti, può ben capitare che un giudizio venga promosso con la richiesta di reintegrazione ai sensi dell’art. 18 St. lav. e che, al contempo, lo stesso giudizio – proprio in virtù di tale domanda – abbia per oggetto anche l’accertamento del requisito dimensionale; la giurisprudenza di merito, ad oggi, si divide tra chi ritiene che il rito Fornero debba utilizzarsi solo nei casi in cui il requisito dimensionale sia pacifico e chi, parte minoritaria, afferma sia possibile utilizzarlo sempre anche se il requisito non è ancora accertato.

Chiaramente, aderire all’una o altra posizione sposta di molto le considerazioni. Nel secondo caso, infatti, non vi sarebbero grossi problemi per la parte che vuole agire per la reintegrazione seppur lo strumenti processuale finirebbe per piegarsi ad esigenze diverse per quelle che lo hanno ispirato: è un giudizio che dovrebbe risolvere le cause per licenziamento in pochi mesi, e non può divenire lo strumento per accertare più rapidamente se sussista o no il diritto alla tutela reale. In questa direzione spinge chi aderisce al primo orientamento, e finisce per coprire un’ampia gamma di casi pratici: pensiamo alla richiesta di reintegra in società che utilizza solo co. co. pro. e il cui requisito dimensionale è caratterizzato da rapporti lavoro, per l’appunto, autonomo.

Il giudice di Venezia sembra aderire a questa posizione, tanto da rigettare il ricorso poiché “… alla luce delle difese e produzioni documentali avversarie – difetta per tale rimedio (tutela reale) il requisito numerico dei più di 15 dipendenti”: il ricorso diviene inammissibile e si deve riproporre con il classico art. 414 c.p.c. 
 

 IL RAPPORTO TRA VECCHIO E NUOVO RITO

A questo punto sorge il secondo ordine di problema. Quando il giudizio viene promosso ai sensi della l. 92/2012, ed il ricorso viene dichiarato inammissibile (per una questione procdurale) e nel frattempo sono già trascorsi i 180 giorni per l’iscrizione al ruolo dell’ordinario ricorso ai sensi dell’art. 414 c.p.c., ci si pone la domanda se il rito veloce determina o meno l’interruzione del termine per l’utilizzo del rito classico. Difficile la risposta poiché nell’intero corpo della Legge non si ravvede una norma di raccordo tra vecchio e nuovo rito.

Si possono solo fare supposizioni.

 

 Se il termine di 180 è un termine di decadenza, la stessa non è interrotta dall’ordinanza se la stessa non giudica nel merito ma solo sotto il profilo processuale; in questo caso, sempre ipotizzando, la parte che si è vista dichiarare inammissibile il primo ricorso finirebbe (in modo del tutto ingiustificato) con il vedersi preclusa la possibilità di agire per il licenziamento secondo il rito classico. Al contrario, valutando possibile l’interruzione del termine dei 180 con la semplice iscrizione al ruolo anche del giudizio ex l. 92/2012, la parte avrebbe la possibilità di proseguire il giudizio anche secondo il rito ordinario; in questo secondo caso, tuttavia, non è chiaro se il termine dei 180 deve intendersi sospeso oppure interrotto, e se del caso quale sia il nuovo dies a quo per la ripresa.
 

E’ chiaro che ben diversa sarebbe la soluzione se il termine di 180 giorni sia considerato un termine di prescrizione e non di decadenza; tuttavia non vi è una soluzione chiara proprio perché è la legge stessa a generare una forte incertezza del diritto nel non prevedere (e quindi chiarire) se il termine sia, per l’appunto, di decadenza oppure di prescrizione; non a caso, infatti, nulla quaestio sull’ordinario termine di prescrizione quinquennale che accompagna le cause relative alla richiesta di differenze retributive.