Almaviva, niente accordo: chiude la sede di Roma, 1.666 i licenziamenti
Roma - Dopo il falimento dell'accordo per la sede di Roma del call center Almaviva sono partite le lettere di licenziamento per i 1.666 dipendenti. Ma in cosa consiste l’accordo provvisorio? Come si è arrivati a questo punto? E quante persone lavorano nei call center? Ecco la vicenda Almaviva, spiegata punto per punto. Cos’è Almaviva Da alcuni anni il nome Almaviva è sinonimo di call center. Con 45.000 persone, di cui 13.000 in Italia e 32.000 all’estero, Almaviva è il sesto gruppo privato italiano per numero di occupati al mondo con un fatturato nel 2015 pari a 709 milioni di euro. A livello globale, Almaviva conta 38 sedi in Italia e 21 all’estero, con un’importante presenza in Brasile, oltre che negli Stati Uniti, Cina, Colombia, Tunisia, Sudafrica, Romania e a Bruxelles, centro nevralgico della UE. Qual è il nodo e cosa significa l’accordo Lo scorso ottobre Almaviva ha annunciato la chiusura delle sedi di Roma e Napoli, con la prospettiva di lasciare a casa 2.511 persone, di cui 1.666 nella sede della capitale e 845 in quella del capoluogo campano. Numeri pari al 5% della forza lavoro del Gruppo a livello globale. In un comunicato, l’azienda spiegava che “negli ultimi quattro anni, con una forza lavoro praticamente invariata, aveva visto diminuire del 50% i propri ricavi, spesso a vantaggio di attività delocalizzate in aree extra Ue, con un'aggiuntiva e rilevante accelerazione negli ultimi mesi. A dicembre l'azienda ha rincarato la dose dicendo 'no alla cultura del sussidio inadeguata e impropria'. Dopo settimane di proteste e due tentativi di mediazione del governo, sindacati e ministero hanno raggiunto un’intesa sull’accordo lanciato in extremis prima della scadenza del 21 dicembre per evitare i licenziamenti. In pratica, come si legge in un ricostruzione di Repubblica, il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e il viceministro Teresa Bellanova chiedono ad azienda e sindacati di proseguire con il confronto per altri tre mesi, fino al 31 marzo 2017. Per contenere i costi (che per Almaviva sono ormai più che pesanti: circa due milioni al mese in media di perdite) si può far ricorso provvisoriamente alle uscite volontarie e soprattutto agli ammortizzatori sociali (in sostanza si tratterebbe della cassa integrazione). I tre mesi di proroga della chiusura della vertenza servono per dare il tempo alle parti, lontanissime nonostante mesi di colloqui serrati al tavolo del Mise, di 'individuare soluzioni in tema di recupero di efficienza e produttività in grado di allineare le sedi di Roma e Napoli alle altre sedi aziendali' e 'interventi temporanei sul costo del lavoro'. Interventi strutturali, dunque: il riferimento è a una proposta lanciata alcuni mesi fa da Almaviva, ma fortemente criticata dai sindacati, e poi ritirata, che prevedeva un congelamento degli scatti di anzianità e una parziale temporanea riduzione delle retribuzioni. Quanto agli ammortizzatori sociali, verranno finanziati dal fondo di 30 milioni previsto dalla legge di Bilancio (che però è stato stanziato a sostegno di tutto il comparto dei call center, dunque Almaviva potrà utilizzarne solo una parte). Il caso Palermo e quel trasferimento a Rende che fa infuriare i dipendenti Nella sede di Palermo il dramma è un altro: la società ha perso la commessa con Enel e dal 31 dicembre oltre 397 persone hanno rischiato di ritrovarsi senza lavoro. A 150 dei 400 lavoratori di Palermo era già arrivata la proposta di trasferimento a Rende, comune di 35mila abitanti in provincia di Cosenza, a 450 chilometri dal capoluogo siciliano. Poi a novembre la bozza di accordo che ha sospeso i trasferimenti, aprendo al passaggio alla subentrante Exprivia di Molfetta. La società vincitrice della gara assumerà 257 risorse a tempo indeterminato. Almaviva si impegna invece a mantenere alle proprie dipendenze, nella sede di Palermo, i restanti 98 dipendenti con gli attuali profili orari. Mentre gli altri si trasferiranno a Rende. A 7 grandi società il 60% del fatturato, 80mila addetti Le aziende del settore sono circa 200 ma il 60% del giro d'affari è diviso tra 7 grandi imprese: Almaviva, Comdata, Call &Call, Transcom, Teleperformance, Visiant, Abramo. Nel complesso gli addetti sono circa 80mila, la maggioranza dei quali assunti con contratti part time; 40mila a tempo indeterminato e 40mila con contratti di collaborazione. Fino al 2016, il settore era considerato una 'giungla' non regolamentata, ben descritta dal film di Paolo Virzì 'Tutta la vita davanti'. Grazie all'intervento normativo del governo Prodi (ministro del Lavoro Cesare Damiano) vennero regolarizzati 26mila dipendenti. La decontribuzione introdotta dalla legge di Stabilità ha consentito nel 2015 un ulteriore aumento delle stabilizzazioni dei rapporti di lavoro, così come in passato gli sgravi per il Mezzogiorno (la legge 407/90 e i contributi Fondo sociale europeo) avevano favorito l'apertura di call center nelle regioni meridionali: 'avventure' terminate a volte con lo scadere dei benefici. Il costo del personale rappresenta l'80% del conto economico: la competizione tra operatori può determinare un'involuzione delle condizioni di lavoro o la delocalizzazione dell'attività. Migliaia sono le postazioni fuori d'Italia, in grande maggioranza per i servizi cosiddetti 'outbound', cioè di vendita, telemarketing, ricerche di mercato, sondaggi etc. Le attività delocalizzate rappresentano circa il 15% del totale del mercato italiano: il Paese di preferenza è l'Albania (Tirana, Durazzo, Valona), seguito da Romania e Croazia (Pola). Solo in Albania nel 2015 è raddoppiato il numero di call center che lavorano per il mercato italiano con oltre 25mila posti di lavoro